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Trend Marketing e Comunicazione: Il video domina (ancora), ma ha cambiato pelle.

C’è un dato che i marketer si ripetono come un mantra ormai da anni: “Nel 2022 i contenuti video rappresenteranno l’82% del traffico internet globale” (Fonte: Cisco Annual Internet Report). Bene, quel futuro è arrivato, è passato e lo abbiamo ampiamente superato. Guardando al biennio 2025-2026, una cosa è chiara: il video non è più solo “il futuro” della comunicazione. È il suo presente costante, è l’aria che il web respira.

Tuttavia, dire “dobbiamo fare video” oggi è un’ovvietà che non porta da nessuna parte. La vera notizia non è la predominanza del formato, ma la mutazione della sua forma.

Se fino a qualche anno fa la battaglia si giocava sulla risoluzione 4K e sulla color correction perfetta, oggi le strategie vincenti hanno smesso di cercare un unico standard estetico. Assistiamo a una sorta di schizofrenia visiva, assolutamente funzionale, dove convivono il Cinema, contenuti professionali, puliti, istituzionali, il “Lo-Fi” (Low Fidelity), video spontanei, girati col telefono, “sporchi” e immediati, e il Sintetico, ovvero contenuti generati o supportati dall’AI, che nel 2025 ha smesso di essere un giocattolo per diventare uno strumento di produzione massiva.

L’errore da non commettere? Pensare che l’AI sostituisca l’umanità. Al contrario: in un mare di contenuti sintetici, l’errore umano e la faccia vera valgono il doppio. L’AI amplifica, ma è la “vibe” umana che converte.

Ecco come si stanno muovendo le placche tettoniche del video marketing verso il 2026.

Storytelling evoluto: brand come showrunner.

Il tempo dello spot “one-shot” è finito. Nell’era dello streaming on-demand, il cervello dell’utente è cablato per la serialità. I brand non raccontano più storie isolate, ma costruiscono universi narrativi frammentati in episodi e format ricorrenti. Non si tratta più di interrompere l’intrattenimento, ma di diventare l’intrattenimento. La fidelizzazione passa per l’appuntamento fisso, creando quella che in gergo tecnico è la habit loop: abituare l’utente a tornare per vedere “come va a finire”.

Così facendo la comunicazione diventa seriale, spezzettata e sempre presente, andando a toccare l’attenzione dell’utente più volte e in maniera variegata durante uno specifico periodo temporale.

Video shoppable: il collasso del funnel.

Il percorso dall’ispirazione all’acquisto non è mai stato così breve. L’esperienza di visione si è fusa con quella di transazione: piattaforme come TikTok Shop e le integrazioni video di Meta permettono all’utente di acquistare direttamente mentre guarda, senza frizioni, senza uscire dall’app. Il video non serve più solo a fare awareness (consapevolezza), ma diventa uno strumento di conversion pura. Vedo, clicco, compro. Il funnel di vendita, che prima richiedeva giorni o settimane, ora si consuma in pochi secondi.

YouTube: non un social, ma un motore di ricerca.

Spesso sottovalutato nelle strategie “mordi e fuggi”, YouTube si conferma il gigante silenzioso. Non è solo una piattaforma video, è il secondo motore di ricerca al mondo dopo Google. Il dato è significativo: il 65% degli italiani dichiara di utilizzare YouTube per informarsi prima di un acquisto. Che si tratti di una recensione tech o di un tutorial di make-up, YouTube è il luogo dove l’utente va quando ha già la carta di credito in mano ma cerca l’ultima conferma. Ignorare questo canale significa perdere l’utente proprio nel momento decisionale più caldo.

Reels e short video: la dittatura della dopamina

La soglia di attenzione si è ridotta, ma la fame di contenuti è aumentata. I formati verticali (Reels, TikTok, Shorts) non sono più un trend per la Gen Z, ma un linguaggio universale. Un caso studio rilevante è quello di Ferrero, che attraverso una strategia mirata su Instagram Reels per Nutella ha registrato un +40% di engagement. Questo dimostra che anche brand storici e “pesanti” possono (e devono) adottare linguaggi agili. La chiave qui non è la complessità, ma il ritmo: video brevi, dinamici, capaci di agganciare l’attenzione nei primi 3 secondi.

💡 Spunto Demetra: l'equilibrio tra autorità e prossimità.

Il vero segreto per il 2026 non è scegliere quale tipo di video fare, ma capire quando usare cosa. Dobbiamo imparare a mixare i registri e capire i momenti:

  • I contenuti di qualità cinematografica (High Production Value) sono insostituibili per costruire Valore, Identità e Posizionamento. Servono a dire al mondo: “Siamo un’azienda solida, autorevole, di cui ti puoi fidare”.
  • I video brevi, “sporchi” e spontanei (Low Production Value) sono invece il carburante dell’Engagement quotidiano. Servono ad abbattere le barriere, a creare prossimità, a dire: “Siamo persone come te, parliamo la tua lingua”.


Un feed social che contiene solo video perfetti risulta freddo e distante (il vecchio problema del “Mulino Bianco”). Un feed di soli video amatoriali rischia di sembrare poco professionale. In un contesto in cui il video domina, vince chi sa essere tecnologicamente avanzato, ma umanamente credibile.

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